Portraits

Refugee Identity

Il volto è una finestra sull’identità di un individuo. Un volto lascia intuire molto sul suo proprietario: da dove viene, se sta soffrendo, se è rassegnato, se è orgoglioso, che età ha e altro ancora. Tanti aspettisi nascondono dietro questi volti coperti, non solo i tratti somatici di giovani uomini fuggiti dalla Siria. Ad un primo sguardo superficiale verrebbe da pensare che a farli nascondere è la paura di essere riconosciuti ed essere puniti in futuro, ma non è semplicemente così. Oltre alle loro storie, in questo caso occorre attentamente riflettere su come stiano cambiando i mezzi di comunicazione e di come la sfrontatezza dei regimi violenti possa approfittarne. Il timore principale di molti di questi profughi è che, attraverso il loro volto, si possa risalire alle famiglie da cui provengono e perseguitarle. Alcuni di loro sono stati fra i ribelli, altri sono disertori dell’esercito, altri ancora fuggono e basta.

Oggi, come mai in passato, la comunicazione può essere potente, veloce e molto pericolosa in dinamiche di questo genere. Viviamo in un’era in cui il reportage “fai da te” caldeggiato anche da potenti mezzi di comunicazione, va attentamente soppesato. Non è impossibile infatti che le foto dei volti di questi ragazzi, buttate su uno dei tanti social network di condivisione, finiscano per essere utilizzate per riconoscere, individuare, punire ed uccidere. Questi uomini dal volto coperto alloggiano in un settore del campo UNHCR destinato agli uomini single arrivati qui a Duhok in Iraq, o meglio Kurdistan Iracheno, come preferiscono qui. Scappano dalla Siria e, come spesso accade, pagano (in questo caso dai 500 agli 800 dollari) a traghettatori più o meno affidabili.

Non è raro che questi Caronte della disperazione rivendano il loro prezioso carico alle forze militari governative, aumentando gli introiti del loro “business” con un solo viaggio. Purtroppo è una storia antica che continua tristemente a ripetersi e queste linee di confine sanciscono la schizofrenia degli esuli che dieci anni fa fuggivano dall’Iraq e oggi dalla Siria. Un tempo i profughi che varcavano le frontiere urlavano al mondo, con i visi segnati dalla fatica e dalla sofferenza, l’ingiustizia della loro fuga e della guerra da cui scappavano.

Oggi ti parlano rassegnati moderando i toni e celano i visi terrorizzati all’onnipresente occhio del Grande Fratello che ovunque riprende e subito trasmette, senza alcuna rielaborazione e riflessione narrativa. Hanno paura della fotocamera, ma anche del telefono portatile e temono di essere ripresi. Poi sono loro stessi a mostrare i video sgranati fatti con i loro cellulari che raccontano il viaggio: visi composti da 7-8 pixel diversamente nocciola e sagome in fuga verso la salvezza, le kefiah intorno al collo o a coprire il volto.

Pierluigi Giorgi (Iraq, Aprile 2012)

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